Un gruppo di 46 grandi investitori internazionali, che rappresentano circa 12 mila miliardi di euro di asset in gestione, ha lanciato un appello ai leader dell’Unione europea affinché non indeboliscano il principale strumento europeo per la riduzione delle emissioni industriali: il Sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS).

In vista della revisione del meccanismo prevista per luglio, gli investitori hanno pubblicato una dichiarazione in cui chiedono di mantenere un sistema “solido e prevedibile”, considerato essenziale per la competitività europea, la sicurezza energetica e lo sviluppo di un’industria a basse emissioni. Tra i firmatari figurano grandi gruppi finanziari come Allianz, Legal & General Investment Management, il Church of England Pension Board, Erste Asset Management, Sampension e Nordea Asset Management.

L’ETS, introdotto nel 2005, è il cuore della politica climatica europea. Il sistema stabilisce un tetto massimo alle emissioni consentite per alcuni settori industriali ed energetici e obbliga le aziende a possedere quote corrispondenti alle proprie emissioni. Le imprese possono acquistare o vendere queste quote sul mercato, in questo modo il prezzo della CO2 crea un incentivo economico a investire in tecnologie più pulite.

Secondo gli investitori, una revisione troppo orientata alla flessibilità rischierebbe però di indebolire questo meccanismo, riducendo l’efficacia del segnale di prezzo del carbonio. Per questo chiedono che il limite massimo alle emissioni rimanga coerente con gli obiettivi climatici dell’Unione – cioè la neutralità climatica entro il 2050 – e che siano mantenute regole trasparenti sulla disponibilità delle quote, così da evitare eccessive oscillazioni dei prezzi e garantire liquidità al mercato.

Gli investitori chiedono inoltre che i proventi generati dall’ETS vengano utilizzati in modo strategico per sostenere la trasformazione industriale ed energetica dell’Europa. Le entrate derivanti dalla vendita delle quote dovrebbero finanziare progetti di decarbonizzazione, aiutare le aziende impegnate nella transizione verde e rimuovere gli ostacoli agli investimenti nei settori più difficili da riconvertire.

Un altro punto centrale riguarda il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM). Lo strumento, entrato nella fase transitoria nel 2023, punta a evitare il cosiddetto carbon leakage, ossia il rischio che le imprese trasferiscano la produzione fuori dall’Europa per sfuggire ai costi legati alle politiche climatiche. Secondo gli investitori, un CBAM efficace è fondamentale per proteggere la competitività europea e incoraggiare altri Paesi ad adottare sistemi di prezzo della CO2.

La posizione degli investitori arriva mentre a Bruxelles cresce il dibattito sul futuro delle politiche industriali europee. Secondo un documento interno della Commissione europea, l’esecutivo starebbe valutando un’estensione delle quote gratuite di emissione per alcune industrie, in cambio di impegni di investimento nel territorio dell’Unione. La misura avrebbe l’obiettivo di sostenere la competitività delle imprese europee, ma rischia di essere interpretata come un allentamento degli incentivi alla riduzione delle emissioni.

“Gli investitori istituzionali dipendono da quadri normativi prevedibili e di lungo periodo per allocare il capitale con fiducia”, ha dichiarato Walter Hatak, responsabile degli investimenti responsabili presso Erste Asset Management. Secondo Hatak, indebolire l’ETS aumenterebbe l’incertezza normativa, ridurrebbe l’efficacia del prezzo del carbonio e penalizzerebbe proprio le aziende che hanno già iniziato a investire nell’elettrificazione, nei processi industriali puliti e nelle tecnologie a basse emissioni.

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